
Tratto dal Notiziario Tiburtino (settembre 2021)

Nota del Notiziario: Ospitiamo una documentazione e ricordi del geometra Renato Gioja che ci riporta all’epoca della costruzione di un tratto dell’autostrada Roma-L’Aquila. E’ una storia autobiografica narrata con un velo di nostalgia in cui gli aspetti tecnici incontrano i valori umani.
Ringrazio la Dott.ssa Anna Maria Panattoni per la pubblicazione di questa esperienza sul NOTIZIARIO TIBURTINO settembre 2021. R.GiojaIO e TIVOLI
Quando percorro l’autostrada da Roma verso L’Aquila si attiva in me una memoria in cui i ricordi, come in una pellicola fotografica, seguono lo scorrere delle scarpate, dei viadotti, di tanti punti a me familiari. Sono ricordi di gioventù per aver partecipato alla costruzione di quelle opere e tornano in mente gli aspetti tecnici, gli episodi vissuti, le persone conosciute. Sono sensazioni che già iniziano nella Galleria dello Stonio all’apparire dell’arco di uscita e che si accentuano con lo schiarirsi della calotta e con l’avvento della luminosità fino a far insorgere in me un po' di malinconia e forse qualcosa di più.
Sono passati tanti anni da quando arrivai nell’area di Tivoli, nella sua campagna ancora integra che a breve avrebbe ospitato quell’arteria viaria tanto importante per il collegamento tra Lazio ed Abruzzo. Iniziavo a vivere un'esperienza diversa dalla più conosciuta progettazione perché ora ero coinvolto nella realizzazione concreta di quel tipo di opere che fino ad allora avevo trattato solo come disegno. Si trattava non più di usare il tecnigrafo e l’inchiostro di china ma di eseguire rilievi topografici, battere quote, elaborare stati d’avanzamento.
Era il 18 agosto 1966. Era in corso l’impianto del cantiere per cui ancora si stavano costruendo le baracche per gli uffici e per i servizi ed io presi alloggio a Villa Adriana, presso una pensione a conduzione familiare (dal Padovano) dove ricevevo un trattamento davvero cordiale. Colazione mattutina, una bella pagnotta ripiena da portare via e poi a cena ottime fettuccine o risotto e tant’altro. Devo dire che ho cominciato a conoscere Tivoli per le fettuccine, mentre in seguito avrei scoperto i bigné di Nandino, i gelati di Mariannina, il caffè del bar Rossi e dell’Ariston, le bellezze artistiche.
SI LAVORAVA CON PASSIONE.
Una parte del tratto di autostrada in costruzione si svolgeva in territorio di Castel Madama e l’impianto centrale fu stabilito nei pressi della proprietà Zàndoli dove doveva nascere il Viadotto Cadore che era l’opera d’arte principale dell’appalto (erano previsti quattro viadotti, un cavalcavia, lo svincolo di Castel Madama).
Il Viadotto Cadore in costruzione

Il lavoro in cantiere cominciava presto al mattino, l’impegno era massimo, ognuno si sentiva soddisfatto per il contributo che dava nel realizzare quelle opere che sarebbero rimaste nel tempo. Non c’era nulla di virtuale, nulla che sarebbe svanito. Il personale specializzato era stato trasferito da altri cantieri mentre la manovalanza era del posto e l’allora piccolo centro di Castel Madama si avvalse dell’occasione di tanto lavoro e, bisogna riconoscerlo, vi furono persone che, benché più abituate alla vigna, dimostrarono grande validità ed impegno. Erano infatti di Castel Madama l’addetto all’impianto di betonaggio nonché l’aiutante nelle operazioni topografiche (l’indimenticato Celestino P.). A volte per le operazioni topografiche si andava sul posto in carovana lungo i sentieri, altre volte col dumper su cui caricare la stadia ed i cavalletti, qualche volta con la campagnola FIAT. In assenza di energia elettrica, in campagna i calcoli si facevano con la calcolatrice meccanica a manovella e con le tavole dei valori naturali (che ancora conservo tra i miei ricordi). Una calcolatrice oggi si può usare in qualunque situazione ma allora c’era solo la soluzione meccanica. Non è da pensare che le attrezzature fossero carenti e non si può fare un paragone con la tecnologia attuale ma bisogna considerare che la rete autostradale originaria è stata realizzata con tali strumenti ! Si usavano molto le poligonali, non c’era certo il GPS, le mappe erano quelle dell’Istituto Geografico Militare. Ciò che forse non è cambiato, anche se di capacità diversa, sono i trasporti, le autobetoniere, le attrezzature per lo scavo.
La prima autobetoniera.

IN CANTIERE.
Nella vita di cantiere conta la squadra e chi occupa una posizione di coordinamento deve farsi rispettare. Era ed è un po’ come l’ambiente militare mitigato però dalla comprensione, ma c’è sempre da imparare.
Ricordo infatti un episodio avvenuto durante un rilievo per il Viadotto Fontanilaccio. Eravamo in sosta per il pranzo (la “pagnottella”) nei pressi di una parete rocciosa dove scorreva il ruscello di fondo valle e chiesi a Celestino se quell’acqua fosse buona da bere. ” Celestì, ma è buona st’acqua ? “ “ ‘a geò, tu nun ciai sete! “, fu la risposta. Me lo ricordo ancora. La necessità che ti fa superare i timori e l’amicizia rispettosa che ti indirizza senza offenderti. Analogamente quando venne a visitare il cantiere un ingegnere dirigente centrale allorché, con mia meraviglia, andò a salutare con familiarità un operaio carpentiere. I due erano davvero contenti di essersi incontrati, uno perché si sentiva amico del capo, l’altro perché evidentemente risvegliava ricordi di un cantiere passato. Ma forse era lo spirito di unità e di partecipazione che caratterizzava quell’ambiente, un indirizzo che proveniva da lontano.
Un rilievo in zona Fontanilaccio (settembre 1966)

Era una vita di impegno per la quale avevo lasciato Napoli e le sue caratteristiche, i vecchi amici, la famiglia. Si lavorava con vera soddisfazione professionale, morale ed anche economica perché gli stipendi erano consistenti. Quelle attività avevano dato sostegno all’economia di tante famiglie e per me avevano anche prodotto l’acquisto della Fiat 500. Non c’era domenica in cui non mi recassi in cantiere per controllare che il guardiano fosse sul posto. Se la perforazione per un palo di fondazione aveva raggiunto la profondità durante la notte (in alcuni periodi il cantiere lavorava con tre turni di otto ore) mi venivano a prendere a casa per andare a battere la quota del tubo sporgente dal terreno e gettare la catena fino al fondo per poi misurarne la lunghezza e quindi calcolare la quota in profondità. Era una notte interrotta ma faceva parte del lavoro. Noi tecnici non avevamo orario e quando la sera si riepilogava il lavoro svolto eravamo soddisfatti perché vedevamo gli obiettivi raggiunti nel rispetto del programma dei lavori.
LE COSTRUZIONI
Allora non c’era il casco, non c’erano le scarpe da cantiere ma nel nostro non vi furono incidenti. Benché ci fosse una rete di protezione sottostante, una volta richiamai un carpentiere perché camminava su una trave ad una decina di metri di altezza. La risposta fu “’a geò, io ci hò l’aria”. Si sentiva leggero, aveva “l’aria”.
L’armatura di una zattera di fondazione

Un pulvino in costruzione

Oggi salire così liberamente su una pila sarebbe violazione alle norme sulla sicurezza mentre all’epoca bastava una griglia di protezione.
Chi sta salendo sono io.

L’INAUGURAZIONE
Ed arrivò il 10 luglio del 1969 con l’inaugurazione del primo tratto di autostrada dal Grande Raccordo Anulare fino all’uscita di Castel Madama. Una cerimonia tipica che certificò così il lavoro di tante persone e diede il via al timido passaggio delle auto data la brevità del tratto aperto.A CONCLUSIONE DEL PERCORSO
Nei pressi del viadotto Tufàli su un muretto di un casolare di campagna forse ancora resta, sbiadito dal tempo, un cerchio disegnato con il minio rosso che indicava la quota di riferimento per le fondazioni di quel viadotto. Anche un cerchio rosso fa parte dei ricordi di un tempo che, benché impegnativo, era stato bello e che finì col completamento di alcuni lavori collaterali ed il mio trasferimento a Roma.
Solo successivamente conobbi a Tivoli Anna Sciarretta, che divenne mia moglie, e così ritornai a Tivoli per abitarvi per trent’anni dando alle nostre tre figlie il vanto di essere nate in questa bella città ricca di storia e di superiorità.