La famiglia Accardi. Storia e testimonianze. - Racconti, cultura, collezionismo, articoli

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Testimonianze e ricordi della famiglia Accardi, l'ambiente, i Monzù (i migliori chef napoletani).
di Fabio Accardi.
Non sarò mai sufficientemente grato a Luciano Dore per questo bel ricordo del libro di mio padre e le reminiscenze ed emozioni che ho potuto rinverdire scoperchiando, come si dice a Napoli, il “cascione” (cassone-baule) delle storie personali e familiari.
Nel settore LIBRI troverete descrizioni della figura del Monzù a cura di Luciano Dore
Vorrei parlare innanzi tutto del contesto familiare di queste narrazioni e quindi ricollegarmi ai ricordi dei miei bisnonni Alfredo ed Elvira. Alfredo De Luca, armatore, proveniva da un’importante famiglia napoletana; sposò, alla fine dell’ottocento,  la Baronessa  Elvira Valiante di cui rimase precocemente vedovo. Alfredo visse con le figlie, mia nonna Maria e mia Zia Laura, nell’appartamento di Via dei Mille. La Nonna  sposò  Luigi Accardi, figlio di Stefano Accardi, Generale Medico della Reale Marina Borbonica, e  la baronessa  De Angelis. I nonni, ed anche Zia Laura con il marito Giuseppe Forquet, continuarono a vivere in quella casa con i loro figli ed una corte di balie, domestiche, badanti ed i rinomati Monzù che si sono succeduti. La famiglia disponeva anche di una villa seicentesca alla Conocchia ereditata dalla Bisnonna , sulla salita Scudillo che, come ha ricordato Gino Doria, rappresentava al tempo degli antichi romani asse di collegamento tra i colli Aminei ed il centro storico. I bombardamenti della seconda guerra mondiale e la speculazione edilizia  portarono questa strada, al tempo arricchita da dimore gentilizie e meta di pittori come il Turner, ad un grado infimo di decadenza. Non ho  ricordi dell’appartamento di Via dei Mille mentre la proprietà della Conocchia completamente ricostruita nel dopoguerra è stata da me frequentata nell’infanzia. Mi rimane, di quella villa, lo stemma di Casa Valiante appartenuto alla nonna ed il camino  della casa seicentesca che io e papà andammo a recuperare nello scantinato  per poi ricostruirlo nella nostra  casa di montagna a Roccaraso. Ulteriore ricordo di quei tempi è il bell’album di famiglia che i miei genitori mi hanno donato, arricchito da schizzi, citazioni e versi poetici dei principali artisti e scrittori del primo novecento, quali Salvatore Di Giacomo, Matilde Serao, Francesco Cilea, Roberto Bracco, Ferdinando Russo, per citarne alcuni. Era, infatti, consuetudine in quei tempi che le famiglie di tradizione invitassero a cena intellettuali ed artisti, attirati dalla buona compagnia e dai manicaretti dei Monzù.  Gli ospiti  lasciavano, come segno di gratitudine, un ricordo sull’album di famiglia con dediche, versi poetici, citazioni dedicate ai munifici padroni di casa. A quelle tavole, come mi raccontava papà, i giovani venivano ammessi molto di rado e quando la conversazione assumeva toni audaci, un minimo licenziosi, era d’obbligo passare al francese in modo che le menti ed i cuori immacolati, almeno a parere dei più anziani, non comprendessero! I  Monzù, anche quelli della mia famiglia, appartengono al mio immaginario ed alle belle storie che mi raccontava mio padre, poi riassunte in questo libro, ripreso dall’amico Luciano Dore. Sono, invece,  legato a ricordi di persone di famiglia che hanno trasferito le loro cure ed attenzioni dalle generazioni precedenti fino alla nostra come Nina, figlia del giardiniere della Conocchia, Mammella, balia di Zia  Laura che rimase con Lei tutta la vita e Nunziatina, la stiratrice  di cui parlerò in seguito. Nella mia  mitologia familiare, comunque, e nei ricordi della Conocchia un posto speciale lo occupa il mio trisavolo, il barone Tommaso Valiante, incarcerato a seguito dei moti del 1847 ed espatriato prima in Inghilterra e poi nel granducato di Toscana. Come ipotizza papà,  i cunicoli sotto la  villa della Conocchia, da noi bambini vissuti con un misto di timore ed attrazione, sembrano siano stati scavati per procurargli, invano, una via di fuga dalle guardie borboniche. Ultimo capitolo del libro ,“il felice epilogo”, vede Mamma nella casa di Posillipo regina di una cucina, progettata da mia Moglie Rossella con il fine di rievocare i fasti della cucina della Conocchia. A Natale nei pentoloni  cuocevano il ”marito” (brodo di carne )  e la ”moglie” (misto di verdure selezionate) della minestra maritata che Mamma preparava secondo  le antiche ricette. Nella sala da pranzo, che ospitava il presepe del Settecento, quante belle cene con parenti ed amici che animavano la nostra tavola il  25 dicembre!
Prima ancora che la cucina fosse riprogettata, ho ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza che Papà non ha riportato nel libro e a me piace rammentare prima di richiudere “il cascione”. Premetto che Papà era un Direttore Centrale del Banco di Napoli ed era  normale a quei tempi  che  rientrasse a casa per il pranzo ed un breve pisolino,  rientrando poi in ufficio dove si tratteneva fino a tarda sera. A casa, oltre alla mia famiglia, lo attendeva una “corte di persone“, tra le quali le collaboratrici domestiche, prima Rita e poi Immacolata, Umberto che faceva lavoretti di restauro dei mobili di casa, seguito qualche volta dalla moglie, e la mitica Nunziatina. In qualche modo si ricreava  anche lo spirito che aleggiava nelle cucine, animate da tante persone che collaboravano in famiglia ai servizi domestici.  Perché Nunziatina era mitica? Perché lei, del quartiere popolare della Torretta, da sempre era stata stiratrice già al servizio dei Nonni e conosceva papà dall’infanzia. Con il suo stile scanzonato e irriverente, tipico della tradizione popolare partenopea, prendeva in giro tutti, incluso Papà che amava sempre ricambiare alle sue battute salaci, instaurando duetti che  facevano morire dalle risate. Noi pranzavamo nel tinello e Nunziatina e le altre persone, alle quali poi si aggiungeva Pasqualino l’autista del Banco, mangiavano in cucina. Io  appena possibile mi sedevo con loro e mi sbellicavo dalle risate per le battute di Nunziatina e gli sfottò che prendevano di mira tutti i presenti che rispondevano a tono, il tutto rigidamente in dialetto napoletano.
Ultima nota: in questo Natale atipico, ma per certi verso più raccolto in famiglia, ho avuto modo di raccontare tanti di questi ricordi, ed altri ancora, a mio figlio Vittorio, ed ho ricevuto  raccomandazioni da parte sua e di Rossella di lasciarne anche traccia scritta. Luciano me ne ha fornito occasione e di questo gli sarò sempre grato.
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