
Il manifesto.
di Renato Gioja.(diritti riservati)
Quella delle campagne era una vita
semplice, totalmente immersa nelle abitudini e nei valori del dopoguerra, i
primi anni cinquanta. Erano modi vivere oggi impensabili e, ormai, non bastano più
i nonni per raccontare quei periodi, forse ci vorrebbero i bisnonni.
Quei borghi che si arrampicavano
verso i monti, e che ancora oggi sopravvivono per qualche gita di fine
settimana, allora erano invece la ricchezza di famiglie che poco avevano e poco
chiedevano.
Michele era nato in una di quelle
case di un borgo che sembrava un quadretto di una località alpina dove, tra le
rocce biancastre, si inerpicavano i sentieri e i cespugli fioriti coloravano i
bordi.
Nel fondo della valle si depositava
l’acqua delle piogge per formare un delizioso laghetto che veniva utilizzato
per abbeverare il bestiame. Quando il livello dell’acqua superava un certo
limite, si aprivano le chiuse e, attraverso un canale e le pompe, veniva
servito l’acquedotto della vicina città. Da uno sguardo dall’alto si poteva
pensare ad un’antica conca e davvero quel borgo sapeva tanto di antico,
somigliava ad un quadro agreste del Fattori, il pittore toscano.
Gli uomini lavoravano nei campi, le
donne erano impegnate con la figliolanza, con la cucina, con la casa. Le donne
anziane e le vedove vestivano di nero con i capelli racchiusi nei larghi
fazzoletti. I pochi giovani facevano gruppo, davanti alla chiesetta, i ragazzi
e le ragazze erano sempre vigilati dalle madri o dalle comari, sempre attente a
qualche iniziativa non consentita. Tra loro, però, non mancavano i
pettegolezzi:
Guarda tuo nipote, si sta facendo proprio
un bel giovanotto.
Eh si, ma anche Marilena sta
crescendo, fra un po’ diventa signorina.
Tra quei ragazzi, uno dei giochi
preferiti era il nascondino. Era un espediente dei maschietti per stare insieme
a qualche ragazzina, senza essere visti. Per prolungare il tempo della
vicinanza, l’addetto alla conta si attardava nella numerazione e per arrivare
al 31 impiegava un tempo lunghissimo.
La conta si prolungava fino a che
qualche comare non gridava:
Quando arriva questo 31? Vogliamo
arrivare a 100! La finiamo questa conta?
Era la vita tipica di quel periodo
in cui la modernità non si era ancora affacciata in quel paradiso di vita
serena, anche se povera.
Quei monti, tutto intorno, davano
la sensazione di una cintura isolante, quasi di protezione. Per uscire da quel
cerchio vi era un solo passaggio, una strada sassosa che sembrava un valico
verso la civiltà. Eppure la città era vicina, ma era quasi sconosciuta ai più
piccoli che credevano fosse un luogo ove la vita era diversa, addirittura, un
po’ avventurosa.
Ogni giovane di quella valle
sperava nella fuga verso quel progresso che si sapeva essere dietro l’angolo;
era il desiderio segreto di poter accedere a quelle libertà che le montagne stavano
nascondendo.
Il superamento di quel valico era
l’aspettativa di chi, raggiunta l’età in cui incominciava a ragionare in
proprio, non vedeva l’ora di fuggire. Uscire da quel guscio sarebbe stato
liberarsi delle regole tradizionali, cominciare a capire che esisteva un altro
modo di vivere e che era legittima l’aspirazione a volervi partecipare.
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Quel giorno il compare Antonio,
persona giudicata moderna, aveva caricato il camioncino con la legna della
potatura degli olivi e doveva andare in città per venderla alle pizzerie e
ristoranti che la utilizzavano per l’avvio del primo fuoco e per fare la brace
rapida. Michele, il nipote dodicenne, lo guardava mentre legava i rami
tagliati.
Michele: Zio, vai in città? In
città c’é tanta gente?
Compare Antonio: Si, le persone
sono tante ma io faccio le consegne e scappo.
Michele: Perché scappi? Quelle
persone non sono come noi?
Compare Antonio: Mica tanto,
vivono un po’ affollati e poi mi guardano tutti come se io fossi particolare.
Michele: Particolari saranno
loro! Mi ci porti?
Compare Antonio: Se vuoi, ma non
ti aspettare grandi cose. Te lo dico già ora, andiamo, scarichiamo e torniamo.
Michele: Va bene, zio, io guardo
soltanto.
Compare Antonio: Bene, avverti
la mamma e andiamo.
In quegli anni, nel borgo ancora
non era arrivata la televisione per cui la conoscenza dei luoghi avveniva
esclusivamente recandosi sul posto o attraverso qualche cartolina. La
fotografia veniva utilizzata prevalentemente per immortalare i gruppi
familiari.
Compare Antonio aveva avuto la
fortuna di poter acquistare un camioncino, vecchio ma funzionante, e con questo
faceva trasporti per tutti. Si sentiva emancipato per il fatto che andava
spesso in città.
E così Michele andò in città per la
prima volta grazie alla benevolenza del compare Antonio. Vide gli alti palazzi,
le grandi vetrine dei negozi, il tram che, come un drago, si snodava
sferragliando. C’erano tante automobili, nere e con il muso lungo, ma c’erano anche
le carrette trainate da cavalli, che a lui erano più abituali.
Compare Antonio aveva fermato il
camioncino davanti ad una pizzeria, adiacente ad un cinema. Sui tabelloni
c’erano i manifesti dei films programmati e Michele fu attratto da uno che
presentava una coppia che si baciava. Erano Clark Gable ed Ava Gardner in un
film romantico, ovviamente importato dall’America. Il manifesto veniva occupato
totalmente da quei due volti, praticamente un bacio in primo piano.
Michele era rimasto un po’
dubbioso, non capiva cosa stessero facendo quei due personaggi così attaccati
l’uno all’altro.
Michele: Zio, ma che fanno? Si
soffiano per respirare?
Compare Antonio: Poi te lo
spiego, adesso aiutami a scaricare.
Quella domanda, il compare Antonio,
proprio non se l’aspettava:
Ed adesso, come glielo dico?
Speriamo che se ne dimentica.
Era un bel problema, specialmente
per lui che aveva poca conoscenza dei giovani, non essendo neanche sposato:
Ma perché l’ho portato? Faccio
finta di non sapere, glielo spiegasse il padre!
Così pensava il Compare Antonio
mentre incassava il prezzo di quella vendita. Non era compito suo quella
scomoda spiegazione!
Il pizzaiolo lo vedeva un po’
pensieroso.
Compa’, ti vedo preoccupato. Hai
problemi?
Antonio: No, no. Tutto bene.
Quando ti serve un altro carico?
Il pizzaiolo: Quando ce l’hai,
me la porti! Ma, stai allegro!
Erano ora sul camioncino, sulla via
del ritorno ed erano ambedue silenziosi. Compare Antonio perché aspettava la
temuta domanda su quel manifesto e Michele perché si preoccupava per la salute
dei due attori.
Fortunatamente la domanda non
arrivò perché Michele rimase chiuso nel suo desiderio di sapere. Non aveva
riproposto la domanda perché si vergognava un po’ della sua ignoranza. In fondo
era solo un manifesto che faceva vedere due persone che respiravano appiccicati.
Pensava:
Ma perché fanno quei manifesti?
Perché quelle due persone facevano vedere a tutti che si respiravano tra loro?
C’era scritto “Anche domani”.
Quindi è una respirazione che dura a lungo. Staranno certamente male!
E così tornarono a quel paesino
tanto solitario ma tanto discreto ed in cui non c’erano quei manifesti.
Durante il solito raduno davanti
alla chiesetta, Michele attese che le ragazze fossero andate via per raccontare
l’accaduto agli altri amici:
Sentite, sentite. Con il compare Antonio
sono andato in città.
Mariolino: Con il camioncino?
Michele, con aria da persona
emancipata: Certo, col camioncino!
Poi, esagerando: La città era
piena di manifesti in cui si vedevano i volti di un uomo ed una donna che si
respiravano con le bocche attaccate.
Mariolino, il più piccolo: Come
attaccate? Erano incollate?
Michele: Non lo so, ma il
manifesto era incollato al tabellone!
Tonino, l’esperto: Era incollata
la carta, mica le persone!
Mariolino: Ma se le persone
respiravano il manifesto si doveva muovere!
Michele, rivolto a Mariolino: Tonino
dice che erano i personaggi che si soffiavano tra loro mentre la carta era
incollata! Tu, nella foto della prima comunione, respiravi?
Mariolino: Certamente no, era
una foto, era di carta.
Tonino: Lo stesso vale per il
manifesto! E’ una foto grande!
E così quel manifesto divenne
l’argomento di tanti pomeriggi davanti alla chiesetta, tante domande, tante
ipotesi.
Poi passò il tempo e per quei
ragazzi tutto fu chiaro anche grazie alla televisione che la sera potevano
vedere nella saletta della Sora Maria, insieme ai genitori. La sora Maria aveva
aperto un piccolo caffè e così i programmi televisivi che si vedevano in città
erano arrivati anche in quel piccolo borgo.
Michele era ormai un giovanotto che
non si preoccupava più del respiro di quegli attori del manifesto, ed era stato
chiamato per il servizio militare. Era quello il momento della vera crescita,
lontano da casa ed a confronto con ragazzi provenienti da altre località. Era
formativo per i giovani e faceva capire tanti aspetti della vita.
Il laghetto sul fondo della valle
era diventato un’attrazione turistica e qualche famiglia veniva dalla città a
riposare, a respirare un po’ d’aria di paese, a comprare formaggi e prosciutti.
Era come una rivincita da parte di quel luogo che fino a pochi anni prima era
stato considerato insignificante nel suo modo di vivere.
Ormai quei giovani erano adulti e
quelli che, un tempo, erano i bambini erano ora i ragazzi che non sostavano più
davanti alla chiesetta ma si radunavano dalla Sora Maria per giocare al flipper
o al calcio balilla.
Quella dozzina d’anni avevano
tracciato un solco col passato, Compare Antonio aveva comprato una roulotte e
vendeva panini e porchetta ai turisti e qualche viaggio in città lo faceva con
il suo furgoncino nuovo. Tutto ciò
significava che anche in quel borgo era iniziata una diversa civiltà, quella
dei consumi.
Michele ora sapeva tutto ed ogni
tanto anche lui trovava qualche ragazza con cui condividere il proprio respiro.
Però le ragazze erano molto attente, un respiro e non oltre!
Un giorno a Michele venne in mente
quel manifesto e pensò che anche quei due attori che si baciavano avevano fatto
parte della sua educazione. Una educazione lenta che aveva trovato il proprio
completamento con il servizio militare, come generalmente avveniva.
Ma erano altri tempi, la strada per
la città era ora asfaltata ed il paese era diventato una meta per il week end.
Un giorno, Michele era con Tonino
ed andarono a comprare un panino alla roulotte del Compare Antonio, lo zio,
quello del viaggio in città:
Zio, non te l’ho mai chiesto. Ti
ricordi quel manifesto con i due attori che si soffiavano tra loro? Ma tu cosa
mi avresti risposto se ti avessi chiesto perché lo facevano?
Lo zio: Senti un po’ Michelino,
ma oggi non hai proprio niente da fare? Lasciami stare . . . e mangia il panino
che è meglio!
La volete una birra, anzi no, una
coca cola?
Era passato il tempo, ma
l’imbarazzo per certe spiegazioni era rimasto. Era l’etichetta di una
generazione che qualcuno ha definito di sani principi, una Società in cui
prevaleva la mentalità per cui tante cose si facevano ma non si raccontavano.
Si era ipocritamente seri. Forse
era meglio, forse no.
Renato Gioja