
L'avvincente storia di Virginia Verospi Gavotti. Donna appassiona di fine 1700.
di Massimo Dore.
Roma 10 Aprile 1800 – Castel S.Angelo
"Caro figlio, spero che tu e tua moglie stiate bene così come i miei nipoti. Ti scrivo e spero che questa mia lettera arrivi a te per farti sapere che , nonostante tutto, io sto abbastanza bene… In effetti, sebbene questo sia un carcere dei più terribili e mai avrei pensato di esserne ospite, sono reclusa in uno degli appartamenti riservati alle persone di alto lignaggio quale sono io e le guardie mi trattano con rispetto e ossequio…. La brezza che arriva nelle giornate di vento porta con se i primi segni della primavera. Quanto vorrei uscire e andarmene in giro all’aria aperta….! Ma questa prigionia finirà presto, dovranno credere alla mia innocenza … Tua madre Virginia”
Chissà se una lettera come questa sia stata scritta dalla baronessa Virginia Verospi Gavotti nella primavera del 1800. Quello che è sicuro è che si trovasse in uno degli appartamenti del carcere del castello, vicine alle sponde del Tevere, riservato ai nobili e, nella metà del 1800, ai rivoluzionari risorgimentali.
Ma perché una delle donne più in vista nell’aristocrazia romana si trovava agli arresti nella mole Adriana all’alba del diciannovesimo secolo ?
Virginia Maria, Francesca, Teresa, Cecilia Verospi Vitelleschi, come risulta dal suo atto di battesimo nella chiesa di S. Marcello in urbe, nasce a Roma il 29 novembre del 1750. La famiglia Verospi è ormai radicata a Roma da più di due secoli, da quando Ferdinando, ufficiale di campo spagnolo al seguito delle truppe di Carlo V era entrato in Italia e stabilito prima a Lucca e in seguito nella capitale.
Qui dalla metà del ‘500 la famiglia di mercanti e banchieri aspirava a conquistarsi un posto di rilievo nella comunità romana. Utilizzando abilmente i vantaggi di un'oculata politica matrimoniale, i Verospi preparano la loro ascesa sociale. Il matrimonio con importanti famiglie aristocratiche romane apre la porta a incarichi pubblici prestigiosi ma non è sufficiente in una città che è la sede papale ed il clero ha il suo peso! Ecco quindi che alcuni primogeniti della famiglia entrano nel mondo ecclesiastico fino a ricoprire importanti incarichi cardinalizi (Fabrizio e Girolamo). Dividendosi tra incarichi pubblici ed ecclesiastici ecco che all’inizio del 1600 la famiglia ha raggiunto una ascesa importante in società. L’acquisto di un palazzo di prestigio a via del corso nel 1565, arredato da una preziosa collezione di statue romane disposta nel cortile, scale e appartamenti , ora disperse tra i musei vaticani e le collezioni capitoline.
L'acquisizione di opere antiche e dipinti con i quali decorare la residenza di via del Corso e accrescerne splendore e fasto è funzionale, nelle scelte di Ferrante e Fabrizio, al più generale progetto di ascesa sociale della famiglia e di consolidamento della propria identità di nobili cittadini romani.
Nel 1674 Sulpizia Vitelleschi, erede di una antica famiglia nobile romana, non avendo discendenti maschi, lascia i suoi beni (tra i quali molte opere d’arte) a Leone Verospi a patto che assuma come secondo cognome quello dei Vitelleschi.
Arriviamo così alle soglie del 1700. Il padre di Virginia, Girolamo, è l’ultimo discendente maschile dei Verospi. Sposato con Ippolita De Angelis Spada, di una antica e illustre casata romana, ha due figlie, Virginia la maggiore e Pia, più giovane di 11 anni.
Il 1700 vede la famiglia Verospi in una fase di decadenza. Molte delle proprietà e delle opere d’arte sono vendute o alienate a causa delle instabilità economica e politica che culminerà con l’arrivo dei francesi a Roma alla fine del 1700. Virginia è la figlia prediletta di Girolamo che, in assenza di figli maschi, la educa e istruisce sulla gestione dei beni di famiglia. Dalle cronache del tempo, Virginia è descritta come una donna piacevole, dall’aspetto assai gradevole e da una conversazione brillante. A soli 18 anni sposa il trentenne Alessandro Gavotti, erede di una famiglia di origine ligure, trapiantata anche essa a Roma intorno al 1500 che, come per i Verospi, si era ritagliata una posizione di prestigio e nobiliare all’interno della comunità romana.
Con Alessandro, Virginia ebbe 12 figli, dei quali ne sopravvissero solo sette.
La vita dei nobili romani trascorreva spensierata nella seconda metà del 1700, specialmente durante i carnevali romani, occasioni di rappresentazioni teatrali create per l’occasione e balli nelle residenze nobiliari.
Nel 1776 fu dedicato a Virginia, da Marcello Bernardini (1730-1799),un componimento musicale: “LA BELLA FORESTIERA ossia LA VIAGGIATRICE FORTUNATA” farsetta in musica a 5 voci da rappresentarsi nel teatro Capranica nel carnevale del 1776.
Nella dedica dell’autore si elogiano “la giovinetta vaghissima forma, i più soavi costumi, le più rare virtù, i sensi più generosi e magnanimi”.
Virginia aveva da poco compiuto 25 anni.
Ma era proprio così ? A dispetto della austerità papalina nell’ultimo quarto di secolo, a Roma la vita di società era alquanto disinibita, caratterizzata da uno sfrenato liberalismo di costumi, secondo le cronache di quel tempo. Le feste e i ricevimenti erano una occasione per conoscere e frequentarsi e non di rado nascevano amori e relazioni clandestine.
Ecco come descrive Adolfo Sassi in “Nuova Antologia” , siamo nel 1783, una tipica occasione mondana del tempo:Colla guida preziosa e mordace del cavalier Geminiani, governatore delle porte di Roma, vedremo sfilare per i viali ombrosi i rispettati ma non rispettabili membri di questa società. Le dame sono condotte a braccetto da' loro amanti e le coppie amorose s'intrecciano, si squadrano, si sorridono senza vergogna: le mogli salutano amabilmente le ganze dei loro mariti e questi i cavalieri serventi delle mogli. Gli amori duravano poco perchè gli amanti si tappavano in casa e vivevano lontani da tutto e da tutti, col consenso - quando occorreva - dei mariti delle signore, e il pettegolezzo regnava sovrano in società. Il De la Lande avverte che le giovinette quando erano fidanzate acquistavano grande libertà d'intrattenersi co' loro futuri sposi, mentre questi non potevano conversare altro che con esse. Ma dopo il matrimonio doveva necessariamente avvenire il contrario, e se i coniugi si parlavano in pubblico, facevano grave offesa al bon ton.
Questa era dunque l’atmosfera che si respirava nei salotti romani e che Virginia e Alessandro frequentavano. Dalle cronache del tempo sembra che Virginia non disprezzasse le attenzioni e la corte discreta di “cavalier serventi”. Doveva avere peraltro un carattere forte e indipendente per l’epoca e l’orgoglio di appartenenza alla sua casata di origine. Amministrava direttamente i suoi beni, ereditati dal padre Girolamo scomparso nel 1775, e non di rado visitava personalmente le proprietà terriere poste in territorio di Lucca a Barga (il palazzo dove risiede attualmente il comune era di sua proprietà).
La famiglia Gavotti aveva, tra le sue proprietà, terreni nel territorio di Terracina, prevalentemente paludosi. In una di queste tenute, vicina al mare, era presente una casa con annesso granaio, dove non di rado i Gavotti trascorrevano periodi di vacanza tanto più che al tempo di Alessandro e Virginia molti terreni erano stati bonificati e la malaria era meno prepotente, specialmente in primavera.
Il 29 aprile del 1792, durante il loro soggiorno, Pio VI organizza una visita pastorale a Terracina e i coniugi Gavotti ovviamente sono invitati a partecipare alla messa solenne in cattedrale, durante la quale baciano i piedi del pontefice, secondo la cronaca del tempo.
Il Papa aveva un giovane segretario, Francesco Calvesi, introdotto alla corte papale dal padre Bernardino, primo aiutante di camera del Papa.
(CALVESI, Francesco - Abate. Cappellano comune soprannumerario (1788-1798). Chierico segreto di S.S. (1794-1798)).
L’incontro con Virginia cambia la vita a entrambi e sconvolge la quiete familiare. Al ritorno a Roma, Francesco diviene un assiduo frequentatore di casa Gavotti e sempre più si fa vedere al fianco di Virginia ai ricevimenti mondani. La quale cosa non passa inosservata e alimenta pettegolezzi nella aristocrazia romana. Anni più tardi, monsignor Baraldi nel suo trattato “Continuazione delle Memorie di Religione di Morale e di Letteratura – 1834” così descrive la situazione:
Ma il misero – il Calvesi – si trovava già da molto tempo invischiato in pazzo amore con una dama Romana, alla quale una età ben matura non aveva giovato a far senno. Virginia aveva 45 anni al tempo ma per l’epoca era considerata vecchia !!!
Ovviamente se in società il barone Alessandro dissimulava , in privato i rapporti tra marito e moglie diventarono sempre più tesi, tanto più che Virginia aveva affidato, a un certo punto , l’amministrazione dei suoi beni proprio al Calvesi.
Arriviamo al 1798, Virginia compie 48 anni e i rapporti matrimoniali peggiorano sempre più. Il divorzio non era ammesso e la casa Gavotti diventa sempre più stretta per la baronessa Verospi anche per la presenza in casa del cognato prete e della servitù che viene incaricata di tenerla d’occhio .
Tuttavia la Storia si intreccia a questo punto con le vicende personali. All’inizio del 1798 l’esercito napoleonico entra a Roma, proclama la repubblica e prende prigioniero il Papa costringendolo a lasciare la sede pontificia per la città di Siena.
L’esilio del papa è accompagnato da tutta la sua corte e quindi anche il Calvesi è costretto, controvoglia, a seguire Pio VI .